di Giulio Gianoli
Domenica 26 gennaio 2020. Mi ricordo perfettamente quel momento: stavo guardando una partita di basket con mio fratello, una della due squadre chiama un timeout e così prendo anche io una pausa. Apro Instagram, vedo la la storia di un mio amico e lì scopro l’articolo di TMZ – la nota rivista specializzata in gossip – che parla di Kobe Bryant, morto in un incidente con altre nove persone, tra le quali la figlia Gianna, di appena 13 anni.
La prima cosa che ho fatto è stata correre in ogni sito possibile per vedere se quella notizia incredibile fosse vera. Nel mentre arrivavano le conferme, come quella di Bleacher Report, app sportiva molto nota e attendibile. Ho continuato a sperare fosse una fake news fino a quando non ho visto che anche la pagina ufficiale della NBA ha confermato la notizia. Lì la speranza è svanita del tutto.
Per un appassionato di basket come me – che di Kobe Bryant ha visto centinaia e centinaia di filmati, dai quali ha anche appreso molto su come giocare su come capire il basket – la notizia è stata uno choc. Non me lo sarei mai aspettato, e sinceramente ancora oggi non riesco a credere fino in fondo che un campione come lui sia scomparto in quel modo. Quando tuttora mi imbatto in una sua foto o in un suo video, mi sembra come se fosse ancora vivo come se non fosse successo nulla.
Credo che queste emozioni non siano solo le mie, di tutti i suoi fan e ovviamente di tutte le persone che lo conoscevano, ma appartengano a milioni di altre persone nel mondo. Oltre a essere uno dei campioni più noti, Kobe Bryant è stato un atleta che ha segnato un’epoca, sia per il modo di intendere il basket sia per i suo modo di essere con i fan e con le persone. Kobe non sarà mai dimenticato e rimarrà per sempre un’icona dello sport.